Il 20 giugno, in occasione della "Giornata mondiale del Rifugiato" istituita dall'ONU per ricordare la Convenzione del 1951 relativa allo statud dei rifugiati, Save The Children ha presentato il dossier "Superando le barriere. Percorsi di accoglienza e inclusione dei giovani migranti" che fa il punto anche sulle pesanti conseguenze che in Italia l'emergenza coronavirus ha avuto nei percorsi di inclusione di molti giovani stranieri non accompagnati. 

Archè è l'unico Ente di Formazione e l'unica Agenzia per il lavoro in Italia ad aver contribuito alla realizzazione del dossier con le interviste a:
- Marcello Di Pollina (direttore dell'Area Sviluppo)
- Marianna Cona (responsabile Agenzia per il Lavoro)

In questi anni abbiamo trovato una straordinaria sintonia con Save the Children che da 100 anni è al fianco dei bambini del Mondo, soprattutto di quelli più a rischio. Oggi è presente in 117 Paesi del Mondo costruendo solide partnership con le comunità locali per migliorare l'impatto sulla vita delle bambine e dei bambini.
Con i partner locali come Archè sono fortemente impegnati anche in Italia per aiutare bambini e giovani, italiani o stranieri, e per garantire la loro crescita, la loro formazione e la loro inclusione.   

Ecco l'intervista completa a Marcello di Pollina:

Intervistatore StC: Potresti presentarti? Qual è il tuo ruolo in Archè? Che tipo di lavoro portate avanti?

Di Pollina: Mi chiamo Marcello di Pollina e ho 42 anni. Riassumendo un po’ tutte le mie competenze possiamo dire che sono un esperto di politiche del lavoro, quindi mi occupo di formazione, di orientamento, di mercato del lavoro, di occupabilità e di occupazione in generale, a 360 gradi. Rivesto dei ruoli di responsabilità da circa 15 anni, in particolare in quanto Responsabile dei processi - quindi progettista - e direttore, ormai da qualche anno, di un’area specifica che è lo sviluppo in Archè. Direttore dello sviluppo in Archè significa occuparsi di tutto quello che riguarda progetti sperimentali di crescita che possono avere un impatto sociale, culturale e ovviamente economico. Il mio lavoro si inserisce nell’hinterland di Catania, proprio perchè Archè lavora in modo prioritario in quest’area. Archè fa parte di una grande famiglia che si chiama Piazza dei Mestieri di Torino. Per questo motivo i nostri progetti a volte sono anche di carattere nazionale, andando a ricoprire territorialità anche più ampie. Essendo Archè una SRL impresa sociale, il nostro Core Business è quello di occuparci della dispersione scolastica e di quel target di persone che sono a rischio di abbandono scolastico. Ci occupiamo di questo attraverso i nostri corsi IFP (istruzione e formazione professionale) che permettono a questi ragazzi di raggiungere una qualifica professionale, spendibile sul mercato del lavoro, parificata a un titolo di diploma di scuola secondaria superiore. Siamo partiti da questo assioma per andare a sviluppare delle attività, inizialmente definite trasversali, ma che oggi potremmo definire parallele.  Il target di queste attività sono i c.d. svantaggiati, categoria all’interno della quale sono ricompresi i migranti e i minori stranieri non accompagnati. Nello specifico, col nostro lavoro ci occupiamo della formazione degli adulti, la c.d. formazione superiore. Gli strumenti che utilizziamo sono spesso finanziati dal Fondo Sociale europeo, quindi sono bandi che hanno come destinatari i più “svantaggiati”, si rivolgono infatti in modo specifico ai disoccupati, talvolta anche in modo mirato alle donne, agli anziani, a coloro con situazioni economiche tali da non poter partecipare a determinate riqualificazioni. Per questi motivi siamo anche un’agenzia del lavoro e non solo ente di formazione. Ne deriva che ci occupiamo anche di progetti legati all’orientamento e alla ricollocazione lavorativa. Questi percorsi si articolano attraverso la presa in carico di una determinata persona, fino all’accompagnamento al lavoro e all’inserimento lavorativo. Una precisazione che vorrei fare è che siamo un’agenzia di intermediazione, non siamo un'agenzia di somministrazione, per cui non ci occupiamo di fare contratti, ma accompagnare le persone fino alla candidatura, alla presentazione e all’incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro. 

Intervistatore StC: C’è anche un’esperienza di follow-up?

Di Pollina: Si abbiamo anche un’esperienza di follow-up che definiamo in placement che varia in base al target. Nei corsi per es. di istruzione e formazione professionale riscontriamo dei placement dei ragazzi molto elevati, in alcuni campi arriviamo anche al 100%. Il principio cardine che sottende l’esistenza di Archè è quello di dare occupazione e noi ce ne prendiamo cura prima di tutto a livello umano. Questo significa poter tenere la mano e accompagnare il ragazzo fino a un inserimento lavorativo degno non solo della qualifica, ma anche del know how che hanno acquisito. Per quanto riguarda invece i tirocini per i ragazzi immigrati abbiamo ugualmente un buon placement. La base di partenza è tuttavia un’altra e sicuramente molto più complessa. Le complicazioni derivano dal dover prioritariamente acquisire una conoscenza e una coscienza critica, delle difficoltà di integrazione del migrante, in quel determinato territorio. Quindi per poter parlare di placement bisogna prima di tutto parlare delle criticità che questi ragazzi devono affrontare per convivere all’interno del territorio, è proprio questo uno dei temi di maggiore prevalenza: la loro capacità di resilienza all’emigrare nuovamente. Negli anni siamo stati in grado di affinare le partnership con i soggetti ospitanti e nel tempo ci siamo dotati di un parterre di stakeholder piuttosto validi, che non hanno lo scopo di aggirare la contrattualistica, ma hanno la finalità di utilizzare il tirocinio come una misura “cuscinetto” per capire se in quel lasso temporale se ci sono tutti i presupposti per poter trasformare quel determinato contratto formativo in un contratto lavorativo. 

Intervistatore StC: Rispetto al target dei ragazzi migranti, qual è il percorso che intraprendono con voi dalla presa in carico fino al placement vero e proprio? Quali le varie fasi in cui si struttura questo percorso?

Di Pollina: Vorrei fare una premessa: in Sicilia non si è ancora sviluppato il settore delle agenzie del lavoro in modo organico e organizzato da parte dell’amministrazione regionale. Noi lavoriamo quando possibile sui bandi specifici, non esiste un sistema senza esclusione di continuità che ci permetta di avere un piccolo rimborso per tutta l’attività di orientamento esercitata per i beneficiari. Quindi quando non disponiamo di avvisi aperti, lavoriamo in modo privatistico e volontario. Nonostante da questa attività non derivi alcun tipo di corrispettivo, siamo tenuti a seguire i principi deontologici del nostro servizio e pertanto non ci esimiamo da quella determinata attività. In questi anni abbiamo ricevuto la concessione per lavorare su determinati avvisi, questi determinano il ciclo di presa in carico e accompagnamento che si articola in un orientamento di primo livello e un orientamento specialistico di secondo livello, ognuno dei quali prevede un tot ore di presa in carico. Quest’ultima implica una serie di attività quali: registrarli anagraficamente, iscriverli ai Centri per l’Impiego di competenza territoriale, permettergli di fare la DiD (domanda di disoccupazione involontaria). La scheda anagrafica che delinea la situazione del ragazzo, sia da un punto di vista formativo, che lavorativo. Con l’orientamento di secondo livello è sviluppato un piano di azione individuale (PAI), attraverso il quale è possibile sviluppare il bilancio delle competenze del ragazzo sulla base delle esperienze pregresse. Sulla base del PAI è possibile individuare quali sono i loro bisogni e le loro aspirazioni. Dopo questo livello, se siamo legati a un progetto le attività che ne derivano sono molteplici. Tra queste alcuni esempi sono: insegnare a redigere il CV, scrivere lettere motivazionali, ricercare delle opportunità lavorative, sapersi candidare, sapersi collocare, imparare le tecniche di un colloquio. Esistono però ulteriori necessità di un migrante di lungo periodo, che dovrebbero essere valutate e negoziate con gli SPRAR e i CAS, aspetto su cui da anni mi sto battendo. I migranti di lungo periodo, ospiti di queste strutture, hanno migliaia di necessità che spesso non vengono colte e che sono invece, a mio parere, necessarie anche da un punto di vista istituzionale. Un fenomeno che spesso si verifica e che non dobbiamo trascurare è quello dello sfruttamento dei ragazzi. Soprattutto per il fatto che sono più disponibili ad accettare condizioni lavorative che noi italiani non accetteremmo mai. Riguardano la tutela di: ferie, permessi, retribuzioni, congedi. È quindi molto importante che le conoscano, tenendo conto che, a causa della loro difficoltà di integrazione culturale, linguistica, derivazione etnica etc., possono avere un concetto totalmente diverso di quello che è il diritto del lavoro e sindacale. Un altro corso a mio parere fondamentale, è l’utilizzo del computer. Loro sono molto competenti quando si parla di device, ma presentano ancora molte lacune nell’utilizzo del computer. Grazie ai CPIA sono stati fatti dei progressi importanti da questo punto di vista, ma ciò non toglie che ulteriori progressi potrebbero essere raggiunti. Su questo tema, organizzazioni come Save the Children sono fondamentali per integrare la formazione “classica”. Per concludere vorrei aggiungere che nel caso in cui non ci sia un percorso finanziato, si procede alla ricerca, ovvero all’attività di matching fra domanda e offerta formativa. Formazione che ha come principale obiettivo quello di far comprendere ai ragazzi se davvero quella è una loro aspirazione. Spesso infatti i desideri dei ragazzi sono influenzati e talvolta falsificati dalla comunicazione mediatica della televisione con cui si interfacciano. Un caso emblematico riguarda il settore della ristorazione che, soprattutto nel periodo pre Covi-19, è stato soggetto a una richiesta di tirocini piuttosto elevata. 

Intervistatore StC: in riferimento agli avvisi per i progetti, sono stati posti in essere dei progetti nell’ultimo anno e in questo momento specifico, relativamente anche al numero dei i tirocini e alle conseguenze del lockdown?

Di Pollina: gli avvisi di natura pubblica in Italia pre Covid-19 sono stati tantissimi per il target migranti, in un certo senso troppi. Specifico la mia affermazione dicendo che le amministrazioni ai vari livelli non sono tra loro coordinate, spesso quindi i bandi si possono accavallare, sia temporalmente che sulla linea programmatica. Esistono dei bandi del Fondo Sociale europeo in cui l’organismo intermedio è un’agenzia nazionale, che può essere Ministero dell’Interno o del lavoro (l’Anpal). Ci sono poi gli avvisi regionali, che non si occupano specificamente di migranti, ma di target svantaggiati, quindi in seconda battuta anche di migranti. Sono poi presenti i progetti della Regione, dell’assessorato formazione, che sono progetti complessi, all’interno dei quali ci è la presa in carico, la formazione e il tirocinio. Bisogna sottolineare che in materia influisce la L. 328/2000 che si scarica sui Comuni e su tutti quei soggetti che, avendone i requisiti, possono vedersi redistribuite quelle somme per l’attuazione delle politiche del lavoro, ovvero borse lavoro-tirocini. Sono inoltre a disposizione i fondi degli SPRAR, permettendo ai soggetti di fare corsi di formazione e tirocini, i c.d. fondi FAMI. Contribuiscono a questo sistema anche le ONG, attraverso progetti di varia natura come: Never Alone, le fondazioni, le onlus, i filantropi. Per finire ci possono essere i progetti del Ministero per l’interno, un esempio è l’8x1000. Riassumendo si può dire che i progetti sono stati tanti e hanno rappresentato un buon contributo, tuttavia ritengo che sarebbe opportuno pensare a delle linee programmatiche congiunte tra l’amministrazione, i tecnici e la cittadinanza, in modo da tenere conto del reale fabbisogno territoriale. Questo vuol dire che i progetti non dovrebbero essere sempre pensati solo come presa in carico, corso di formazione, tirocinio, ricerca del lavoro, ma dovrebbero invece concentrarsi nel fornire in modo definitivo delle linee programmatiche per quel determinato avviso. Per scrivere un’agenda di questo tipo occorre avere ben chiaro quale sarà il punto di arrivo e quale sarà la fase più importante (lo screening, il recruiting, la presa in carico). Non disporre di queste conoscenze limita la possibilità di comprendere appieno qual è il desiderio effettivo del ragazzo e riuscire a costruire un percorso il più adeguato possibile. 

Intervistatore StC: Prima dello scoppio della crisi, quanti tirocini stavate seguendo?

Di Pollina: Ne stavamo seguendo tantissimi e ancora adesso li stiamo seguendo. Si può dire che ormai siamo diventati uno dei più grandi punti di riferimento della Sicilia. Ci occupiamo di migranti attraverso molti organismi intermedi, abbiamo tantissimi partner che nel tempo ci hanno conosciuto e hanno apprezzato il nostro modo di lavorare, di questo sono molto fiero e orgoglioso. Il nostro pregio è che cerchiamo di capire i valori, i sentimenti, gli stati d’animo, le motivazioni e le demotivazioni di cui queste persone soffrono spesso. Questo ha permesso di farci conoscere da molti e poter così avviare tanti tirocini. Abbiamo avuto Percorsi Migranti dell’Anpal che ci hanno permesso di attivare fino a 30 doti. Abbiamo anche fatto PUOI, altro progetto dell’Anpal, che offriva la possibilità di farne fino a 75, ma siamo riusciti ad arrivati a circa 55. Anche molti tirocini di Save the Children ci sono stati affidati con diversi contratti. Poi abbiamo avuto altri contratti con altre ONG, che non sono siciliane e quindi motivo di orgoglio. Probabilmente il passaparola è stato un mezzo importante per farci conoscere. Attualmente abbiamo: diversi Never Alone; inoltre abbiamo preso l’8x1000 del 2018 che è stato l’ultimo finanziato; abbiamo anche degli avvisi della regione Sicilia che si chiamano 22; abbiamo i tirocini di PUOI; abbiamo un progetto della Regione Sicilia assessorato istruzione. Abbiamo infine un progetto per migranti che gli insegna a ideare e sviluppare la propria idea imprenditoriale, si chiama FASI, è dell’istituto nazionale microcredito. 

Intervistatore StC: Come avete gestito la situazione dell’emergenza?

Di Pollina: E’ stato sicuramente complicato e lo è ancora adesso, perché comunque è qualcosa che non è ancora passata. La soluzione è la proattività, non bisogna mai stare con le mani in mano, ma interessarsi in modo proattivo al problema, essere presenti nei confronti delle comunità che ci hanno affidato i loro ragazzi. Ancor più presenti bisogna essere con i soggetti ospitanti che primi fra tutti sono stati danneggiati, perché ricordiamoci che i soggetti ospitanti sono aziende e se definiamo il settore della ristorazione un target primario, come abbiamo detto prima, va da sé che abbiamo avuto grossi danni nell’attivazione dei tirocini nel settore della ristorazione, che è stato il più colpito dal Covid-19. Questa situazione abbiamo cercato di risolverla progetto per progetto, settore per settore, azienda per azienda, comunità per comunità, ragazzo per ragazzo. Abbiamo dovuto fare un lavoro importante che ci ha visto parlare a vario titolo con la comunità, con l’azienda che gestiva il migrante, con l’amministrazione che gestiva il progetto e con il migrante che ha preso delle decisioni nel periodo Covid-19 e che in un modo o nell’altro si sono ripercosse sulla nostra attività positivamente o negativamente. Da questo punto di vista aspettiamo ancora con grande speranza che gli organismi intermedi dei progetti ci diano una mano di aiuto su quelle che potrebbe essere le regole di rendicontazione dei progetti, perché io penso che non sia gusto scaricare tutta la responsabilità economica per la buona realizzazione di quella determinata esperienza solo su un soggetto promotore. A causa di un fenomeno a cascata che ha riguardato la scadenza dei permessi di soggiorno, la perdita di motivazione del ragazzo, la chiusura delle aziende, l’emigrazione stessa del ragazzo, la chiusura dei centri, è stata distrutta quella che doveva essere un esempio di best practice della nostra attività. Faccio un esempio meramente matematico solo per far capire l’entità. Un progetto come PUOI per un soggetto promotore diventa remunerativo da un punto di vista del contributo c.d. al risultato, cioè se il tirocinio viene concluso positivamente. Noi prendiamo un contributo di 500 euro. Tutto ciò che è precedente serve ad assorbire i costi: l’operatore dell’orientamento, il tutor che deve seguire tutto l’iter dei registri, la tenuta del tirocinio, le assicurazioni, il corso sulla sicurezza etc. Quindi a fronte di questi 500, il 30% dei tirocini non vedranno mai la fine, per tutti i motivi citati. Per fare un esempio, prendendo il caso di PUOI, questo è partito nell’estate del 2019 e finirà nella primavera del 2021, quindi 2 anni di lavoro che improvvisamente sono terminati. Questo per noi è un danno inimmaginabile e ad oggi non ho visto esprimersi le amministrazioni regionali su questo fattore. Quando abbiamo intrapreso questo percorso il ragazzo aveva un permesso di soggiorno che scadeva abbondantemente dopo la fine di un progetto; l’azienda stava bene e non voleva far finire il tirocinio al ragazzo; la comunità aveva dei migranti per un determinato periodo, ma questo periodo si è allungato. Il ragazzo non aveva la paura di dover emigrare entro un determinato tempo, ma ripeto il progetto da 9 mesi è diventato di 2 anni e mezzo. Pensate ai costi che noi abbiamo dovuto sopportare per gestire un progetto che quando lo avevamo pensato economicamente doveva impattare su 9 mesi e adesso impatta su una gestione di 2 anni. Le ripercussioni sono gravissime e non possiamo abbandonare i ragazzi. Ripeto, noi per fortuna abbiamo tante attività e viviamo di tante cose, ma gli operatori è stato più difficile, per fare un esempio, il progetto è passato da 160 ore lavorate a 450 ore lavorate a operatore. Si aggiunge il fatto che al momento stiamo anche perdendo quello per cui stavamo lavorando. Da questo punto di vista è stato preferibile lavorare invece nel campo del privato, quindi con i soggetti che finanziano perché lo strumento è più flessibile e più plasmabile, io lo definirei ad hoc. Questo è un altro gap di tipo programmatico che spero le amministrazioni possano tenere in comprendere per il prossimo futuro. Le risposte spesso sono troppo blande e lente rispetto a quello che può essere il fabbisogno di un soggetto promotore. Le risposte dovrebbero essere più veloci, si può anche sbagliare e infatti abbiamo lavorato tutti nell’incertezza, ma a volte l’incertezza deve essere condivisa per poter poi pensare a degli strumenti flessibili, capaci di plasmarsi e di rivedere la situazione in virtù di quello che succede.

Intervistatore StC: Credi che nei prossimi mesi la vostra strategia di intervento terrà conto degli insegnamenti di questa esperienza, cercando di orientare le vostre azioni verso il privato piuttosto che il pubblico?

Di Pollina: Le strategie le stiamo già pensando e una cosa di cui vado orgoglioso dell’azienda per cui lavoro è che, nel momento in cui è avvenuto tutto quello che è successo con il Covid-19, noi dal giorno dopo eravamo già operativi, operativi con sistemi e-learning, sistemi blanded, quindi FAD sincrone, asincrone. Ovviamente la prima cosa che abbiamo pensato è che la soluzione non è mai stata la trasformazione in FAD di qualunque cosa noi abbiamo attivato, però abbiamo pensato che dovesse diventare parte di un processo di cambiamento del futuro e abbiamo iniziato a pensare a una serie di soluzioni. Le soluzioni a cui abbiamo pensato sono tante. Io non ho mai pensato che lo strumento dei tirocini ne uscisse in futuro intaccato per tanti motivi. Una delle prime cose che abbiamo pensato è stato ragionare sul nostro partner privato, in modo che nessuno possa pensare che quello sia un surrogato del contratto di lavoro. Una volta definita la qualità del soggetto privato abbiamo poi pensato di ragionare su degli strumenti precisi che ci possano dire se il nostro partner sia deontologicamente perfetto. Una volta definita la deontologia del partner, non penso che il tirocinio potrà essere intaccato dal Covid-19, anzi, sarà uno strumento molto utilizzato, dobbiamo solo stare attenti che non sia mai inflazionato. Un altro lavoro è di tipo politico-istituzionale, quindi di advocacy: non si può pensare a uno sviluppo del settore, quindi del target migrante, se non si pensa ad azioni concertate tra tutti quelli che sono gli strumenti di tipo formativo, occupazionale, legate al target migranti. Oggi qui in Sicilia, ma non solo, è chiaro che il sistema dell’integrazione risulta ancora molto frammentato. Io, in prima persona, avevo creato 4 anni fa un progetto che si chiamava ALKANTARA, che serviva ad integrare tutti i sistemi sociali, formativi, orientativi, sanità e lavoro che permettessero, in una sorta di macro sportello unico, di fare in modo che il migrante sapesse come orientarsi all’interno di un mondo per lui sconosciuto. Stavo pensando a questo macro settore in modo che si potessero riunire tutta una serie di servizi almeno da un punto di vista di politiche del lavoro, per far sì che il migrante sia orientato su quello che è l’alfabetizzazione, la qualifica e quindi la licenza media arrivando in tal modo al compimento del primo ciclo di istruzione. Questo permetterebbe al migrante di accedere ad altri sistemi come il diploma e all’università; per non parlare di tutti quei modelli che lo devono far arrivare al mercato del lavoro, quindi passare per tutta l’attività di collocamento, che lo porta fino all’assunzione e al dopo assunzione. Trovare il lavoro infatti non è il punto finale, non è il loro orizzonte, ma è l’inizio della seconda parte della loro vita, esiste tutto un percorso dopo l’assunzione, che inizia con il verificare che quell’azienda sia una buona azienda e poi eventualmente con tutta una serie di attività che portino al miglioramento delle competenze, come avviene poi per noi italiani: la difesa dei diritti, le soft skills. Sono queste le attività su cui ci stiamo concentrando fondamentalmente, noi facciamo questo tipo di percorso con i nostri ragazzi.

Intervistatore StC: Oltre alla ristorazione, quali sono gli altri settori che hanno attirato le richieste prima del Covid-19? Rispetto alla fase 2, la gestione di questa fase da parte della Regione come l’avete vista?

Di Pollina: Per quanto riguarda la prima domanda i settori sono per lo più 5/6. Magari in base all’età qualcuno ha già avuto delle esperienze in merito a una specifica figura: dell’operaio, del meccanico, del gommista, del muratore, etc. Ovviamente per ristorazione noi intendiamo tutto, quindi stiamo parlando di panificatori e pasticceri, enoogastronomia etc. Poi ci sono i settori prima citati che sono da loro ricercati. Abbiamo anche notato che le aziende ricercano molto il manutentore delle aree verdi. Un’altra figura trasversale è quella del commesso e quella del magazziniere. Non esistono o esistono in minima parte le figure impiegatizie o tecniche per una motivazione chiara: se lavoro con ragazzi di 16, 17, 18 anni o 20, che nella loro città di origine o non hanno avuto esperienze lavorative, o hanno avuto esperienze lavorative di basso profilo, è normale che qui abbiano difficoltà a trovare quel tipo di esperienza, se non passando prima per tutta un’altra serie di esperienze. Per cui possiamo dire che quel tipo di profilo si può trovare a un’età più avanzata.

Intervistatore StC: Come stanno gestendo la fase-2?

Di Pollina: purtroppo i danni economici e imprenditoriali non li abbiamo quantificati. Secondo me si potrà capire cosa è successo a livello economico e imprenditoriale a fine anno. Lì potremmo parlare di cosa è successo. Da un punto di vista delle nostre esperienze abbiamo avuto una perdita circa del 20/30%. Lentamente stanno rientrando tutti, nell’ultimo periodo anche nel settore ristorativo, che è stato l’ultimo a ripartire. Noi nel periodo iniziale abbiamo avuto grave calo dove si è fermato quasi tutto, ma non tutto, perché da una parte a livello regionale l’amministrazione ha dato una sospensione sui tirocini amministrati da loro, dall’altra parte a livello nazionale c’è stata una sospensione per attività merceologica, ma dove era permesso si poteva continuare. Però si è fermato quasi tutto: dovevamo gestire quasi 100 tirocini, siamo arrivati ad averne 7/8, quindi meno del 90%. Ora è ripartito quasi tutto, anche i ristoranti, con tutte le precauzioni date dai dispositivi, dai decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri, le circolari 9 e 15 della regione Sicilia e alcuni comunicati che ci aiutano a capire come si deve tenere il protocollo di sicurezza in materia di igienizzazione, di sanificazione, di distanziamento sociale e altro. Mancano ancora le riattivazioni di un 10/15% circa che avremo durante questo mese. Ovviamente questo non significa che un’azienda che riapre sia un’azienda sana come lo era prima del covid. Abbiamo infatti tante aziende che hanno riaperto perché non avevano dichiarato fallimento e in questo preciso momento hanno gradito riattivare un tirocinio che avevano perché rappresenta un aiuto in più in un momento difficile. Solo a fine anno potremo vedere se le aziende del nostro parterre saranno ancora delle aziende solide o ne avranno risentito lavorativamente parlando. Ho parlato con le aziende ed è presente e forte un timore per il futuro, si vive una situazione di incertezza e in quanto tale noi ci auspichiamo che questo periodo si concluda, ma proprio per questa incertezza il timore permane.

Approfondimenti

comunicato stampa di presentazione della pubblicazione:
https://www.savethechildren.it/press/giornata-mondiale-del-rifugiato-cau...

scheda di presentazione della pubblicazione:
https://www.savethechildren.it/cosa-facciamo/pubblicazioni/superando-le-...

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